Memoranda

27 Novembre 2006

Gli uomini di Laura

Archiviato in: Narrazioni — bauxina @ 8:46

Quello che segue è il testo letto da Laura una sera a cena…:

Ho messo in discussione gli uomini. Finalmente, profondamente delusa dal mondo delle donne, insofferente per anni in un corpo femminile, convinta, anche se non ne ho mai avuto le prove, che mio padre volesse un maschio quando sono nata, ho sempre desiderato essere come loro. Essere donna aveva un solo pregio: poter diventare madre. Ho sempre avuto amici maschi, sanno ascoltare senza giudicare. E’ vero. Ma ora mi sono rotta. Precisiamo due cose. La prima è che non per questo il mondo delle donne mi sembra migliore e penso che tutto sommato per gli uomini sia più semplice la vita e di conseguenza essere uno di loro avrebbe sicuramente implicato meno rogne. Ma avrebbe anche molti limiti. Per diversi motivi.

Gli uomini non sanno fare due cose contemporaneamente ma quello che gli viene peggio è fare e pensare. [[SPEZZA]]Se per esempio fanno la doccia non riescono a pensare che avendo finito il bagnoschiuma bisogna ricomprarlo… passano per lo meno il quarto d’ora successivo per stabilire che sì, effettivamente, è finito. Questo ovviamente li porta ad avere dei quotidiani scontri con le donne che invece li vorrebbero sempre pronti ed astuti.

Un uomo che lavora è utile all’umanità, importante per la scienza, intoccabile ma soprattutto stanco. E quando torna a casa, qualsiasi cosa tu gli dica ti risponde “lasciami perdere” perché ho lavorato tutto il giorno. Facendo quattro calcoli ti rendi conto che mentre lui dietro ad una scrivania parlava del ritiro di Schumacker dalla Formula Uno, tu: hai portato i bambini a scuola, sei stata in ufficio, hai pulito la casa, preparato il pranzo, aiutato i bambini a fare i compiti e preparato la cena. Ma la cosa più assurda è che molti uomini oggi sono stanchi anche di fare sesso. Hai voglia tu a metterti sexy e accendere candele, se è la serata no. Non ti degnano nemmeno di uno sguardo.

E di sua madre? Ne vogliamo parlare? Sa cucinare bene, sa stirare meglio anche la camicia. Sa gestire la casa, ma soprattutto ha reso felice suo padre: tutte cose che tu non saprai fare mai.

Tuttavia senza una donna la loro permanenza sulla terra sarebbe inutile. Non avrebbero di che lamentarsi e non saprebbero chi amare. Noi riempiamo la loro vita. D’altra parte anche noi li amiamo proprio perché sono così. Se leggessero veramente nei nostri pensieri, se mettessero sempre i calzini sporchi nell’apposito cesto e se non dimenticassero di…. ci stancheremmo subito di loro e non desidereremmo poi “vendicarci” tra le lenzuola.

Laura

24 Ottobre 2006

lettera a dio

Archiviato in: Narrazioni — bauxina @ 5:26

Caro il mio “dio”,

Ti scrivo perché non esisti. Se ci fossi davvero, da qualche parte dell’universo, non starei qui a sprecare il mio tempo. La vastità del tuo supposto Regno mi confonde e mi allontana. Del resto la tua fortuna è stata proprio questa: lasciare nel vago le cose veramente importanti di te a quanti, soprattutto quelli disposti a credere, ti cercano perché non possono fare a meno della splendida idea che qualcuno pensi a loro da lassù e li ami. Capisci, li ami! Lo sanno in tanti che non esisti ma con te ci campano, da secoli. Nel tuo nome chiunque si sente autorizzato anche all’ignominia, alla guerra e… eccetera. Sappiamo di cosa parliamo vero? Non c’è bisogno di andare nei dettagli. A me, però, non mi servi. Non mi sei essenziale. Non sai rispondere alle mie domande, tanto per dirne una. E ti faccio un esempio: sei il dio del nostro universo, che è solo uno dei miliardi di universi esistenti, o la tua potestà si esercita anche sugli esseri che popolano gli altri universi sconosciuti? E nel caso fosse così, o creatore di mondi, che senso ha poi lasciarci vivere in questa immensità? E poi, quella tua imperscrutabilità, che ti fa sentire veramente un dio e che agli occhi delle altre fedi ti dona un appeal formidabile, a me proprio non convince. Anche la vicenda personale del tuo figliolo, gesù, caro dio, fa acqua da tutte le parti! Sono sicura che le intenzioni originarie non fossero male, gli ingredienti da feuilleton (o da soap opera) ci sono tutti ma anche in questo sei stato superato da altri dei. E poi, diciamola tutta: sei al corrente del fatto che la madre del tuo figliolo ti sta scalzando nel cuore dei fedeli? Non mi dire che l’avevi previsto. Io sarei d’accordo, ti ricordo che la dea madre esiste da molto prima che tu “apparissi” tra noi, duemilasei anni fa. Non capisco perché non ti sei da subito appoggiato a lei, facendo semplicemente il figlio. Così avrei potuto accettarti perché sarebbe stato nell’ordine naturale e antico delle cose. Invece tu ti sei dichiarato superiore, hai utilizzato una povera donna ammaliata dal tuo amore e dalla tua potenza e così hai detto addio a quella dea madre da cui (e questo non è in discussione e a questo io credo davvero), tutti siamo nati in questa terra, in questo pianeta, in questo universo, in questa via lattea. E non altrove. A meno che non si dimostri, ora o fra un anno o fra dieci, che abbiamo “fratelli” sparsi in altri mondi. A questo punto, non tu, ma qualcuno, si chiederà allora perché scrivo ad uno che non esiste. Perché se è vero che non esisti esiste però in me, come in tutti uno spirito, un respiro, una parola a cui dobbiamo rivolgerci per forza quando il peso di questa insensata esistenza ci opprime un po’ troppo. Ah, la voglia di eternità di noi uomini. Tu ce l’hai fatta, sembrerebbe, ma, lasciamelo dire, con mezzucci. E tuttavia hanno funzionato. Non è la prima volta nella storia dell’umanità. Non mi serve più parlare con preti e dotti teologi dai cui tentativi di arrampicarsi sugli specchi biblici mi rimane un senso di vuoto e inutilità. Per questo ti scrivo: perché è utile a me mettere su carta queste cose. Così adesso tu non sei altro che una mia creatura. Ti “creo” come hanno fatto altri. Tu non esisti se non siamo noi a fantasticare sulla tua esistenza, ad attribuirti poteri, misericordia ed eternità. Perciò io sto scrivendo a me stessa. Ed io esisto. Oh, non sarà per sempre. Lo so bene. Scrivo per compiangermi un po’, per piangermi addosso perché ogni tanto fa bene. Ma non cerco consolazione, né amore. O, almeno, non in te. Forse in tua madre, forse in tua madre sì. Ciò che mi fa davvero tanta rabbia, caro il mio inesistente dio, è che ormai la tua industria della fede è arrivata a dettar legge in campi dell’umano che non le competono. E’ pervasiva, insinuante, dominatrice e prescrittiva. Al contrario, ci vuole un’ecologia della fede, dobbiamo ricreare un ambiente naturale in cui sperimentare come e quanto l’inesistenza di un dio e l’esistenza del senso religioso comune favoriscano la concordia e tutte le altre virtù. Caro il mio dio, ho finito. Avanti ancora non posso andare. Ma mi pare un buon inizio. Tutto sommato mi piace averti scritto. Forse lo farò ancora.

12 giugno 2006

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